Amore, troppo amore …ma è proprio amore?


Alcuni giorni fa è uscito su Il Resto del Carlino un articolo “AMORE E SANGUE … Folle d’amore picchia e getta dal viadotto l’ex ragazza, poi si lancia anche lui. Ritrovati uno accanto all’altro. Il dramma è esploso nella notte a Cagli. Lei ha 18 anni, lui 23”. In seguito alla lettura di questo articolo ho molto riflettuto e pensato al concetto di amore.. quindi il mio intento non è quello di fare commenti sul caso specifico  visto che la situazione è delicatissima e merita tutto il rispetto e la privacy possibile e soprattutto un profondo augurio che le condizioni mediche dei protagonisti vadano migliorando sempre più.

Bensì il mio obiettivo è quello di condividere dei pensieri legati al susseguirsi di notizie del genere anche nella stampa nazionale (e non solo: si pensi alle fiction e alle trasmissioni televisive sull’argomento).

La prima domanda che mi sono posta è “ma quello che viene riportato dai mass media come amore .. lo è veramente? O si tratta di un abuso della parola?”

A queste domande mi sono risposta con un’altra domanda: “come deve essere fatto un amore?”

Personalmente ritengo che l’amore sia un sentimento complesso che ha permesso  al pari della rabbia (emozione primaria) all’essere umano di sopravvivere in questo mondo. Credo che sia una delle espressione più alte a cui l’uomo può tendere, che per essere tale è caratterizzata dall’accettazione di sé stesso e dell’altro in maniera incondizionata.  A volte capita di essere confusi sull’amore e chiederci, ad esempio, se proviamo amore o solo attrazione, se siamo veramente innamorati del nostro partner o “è solo un’abitudine”, oppure può capitare di sentirci soggiogati in un rapporto che più che amore è diventato ossessione e sofferenza, o in altri casi ancora, la relazione è un campo di battaglia e la rabbia sembra costituire il legame più forte.

Per comprendere cos’è l’amore prima di tutto è importante distinguerlo dall’innamoramento. Quando siamo innamorati presentiamo uno stato di coscienza alterato: idealizziamo l’altro, siamo euforici, ci batte forte il cuore quando siamo con lui o lei. Quando queste sensazioni finiscono non è detto che l’amore sia finito, infatti una coppia attraversa diverse fasi: durante la prima fase, che corrisponde all’innamoramento, la coppia vive un momento di simbiosi, di forte dipendenza, si pensa a lui come l’anima gemella, l’unica persona che può soddisfare ogni proprio desiderio e per il quale si “perde la testa”; successivamente segue un periodo di disillusione, caratterizzato dalla tristezza e dalla rabbia, nata dalla scoperta della diversità dell’altro. In questa fase iniziano i primi sintomi di incompatibilità, possono sopraggiungere crisi d’ansia, si comincia a pensare all’esigenza di creare una giusta distanza. Una buona elaborazione del conflitto presente in questa fase permette di passare a quella successiva, la fase dell’indipendenza, in cui la coppia sente l’esigenza di uscire dal nucleo a due e di esplorare l’esterno. E’ il periodo più problematico nel ciclo della coppia e quello più a rischio di rottura in quanto possono verificarsi tradimenti. Se questa fase viene superata si passa all’ultima fase, quella dell’interdipendenza, in cui il partner viene accettato nella sua imperfezione e avviene un riavvicinamento che può permettere il riaccendersi del desiderio.

Al di là di queste fasi, valide generalmente per tutte le coppie, la complessità della vita amorosa è legata a numerose variabili: la vita adulta è frutto delle esperienze primordiali, delle relazioni genitoriali e delle relazioni importanti che si incontrano crescendo, del rapporto che si ha con se stessi e con il proprio corpo, del grado di autostima e di accettazione del proprio essere e della propensione ad affidarsi all’interno di una relazione.

Molti disturbi dello spettro ansioso-depressivo nascono all’interno della storia famigliare e si rendono evidenti soprattutto nella relazione di coppia.

Spesso bisogni di dipendenza non adeguatamente colmati durante l’infanzia, possono estrinsecarsi nel bisogno coatto di protezione e di attaccamento simbiotico nella vita adulta. Tipico esempio di ciò lo ritroviamo nell’ossessione d’amore, in cui l’altro, spesso sfuggente, diventa il nostro salvatore, la droga da cui dipende la nostra felicità, per cui arriviamo ad annullarci. Tale situazione indica una difficoltà a volersi bene, a prendersi cura di sé e la delega all’altro della responsabilità del nostro benessere. Ciò può sfociare anche nella gelosia patologica che rivela una profonda insicurezza, il bisogno continuo di controllare e possedere l’altro, il quale diventa una nostra proprietà.

E credo che questo sia il modo con cui si arriva a confondere l’amore: da amore che esprime il meglio di noi stessi a rapporto che imprigiona e che può uccidere.

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