Ossessioni – compulsioni


La psicologia-psichiatria individuano un disturbo (che può arrivare ad essere invalidante): disturbo ossessivo-compulsivo che si caratterizza di pensieri, dubbi, immagini o impulsi ricorrenti

e persistenti che affliggono l’individuo e che da questo vengono percepite come invasive e inappropriate e da compulsioni: comportamenti o azioni mentali ripetitivi che l’individuo si sente obbligato a eseguire, come una sorta di rituale stereotipato (che può servire a “riparare” un “danno” oppure a diminuire l’ansia causata da un pensiero), per difendersi da una certa ossessione.

Questo disturbo provoca, nella persona che ne è affetta: il bisogno irrazionale ed invincibile di compiere, oppure di evitare un determinato atto o una serie di atti e a dover pensare uno specifico soggetto, magari più volte di seguito, e senza poter evitare di farlo. Il tutto per la persona deve essere effettuato in modo meccanico e ripetitivo.

Le compulsioni si riferiscono ad azioni eseguite dalla persona, normalmente in modo ripetitivo, al fine di opporsi al pensiero o ai pensieri ossessivi. Nella maggior parte dei casi questo comportamento diventa talmente regolare che l’individuo non lo ritiene un problema degno di nota. Le comuni compulsioni includono, in modo eccessivo, comportamenti come il lavarsi, il controllare, toccare, contare o sistemare e ordinare; altre possono essere comportamenti rituali che l’individuo esegue in quanto convinto che abbasseranno le probabilità che una ossessione si manifesti. Le compulsioni possono essere osservabili (come il lavarsi le mani), ma possono anche essere riti mentali come la ripetizione di parole e frasi o il conto.  A questo punto a unire l’ossessione e la compulsione patologica è un rito magico o rituale dove l’ossessione è il pensiero che la persona vuole evitare e la compulsione è l’antidono contro il pericolo che quel pensiero può arrecare alla stessa persona, che, agli inizi, serve a tranquillizzare e a ridurre l’ansia di chi lo mette in atto, Esempio: “ho le mani sporche (ossessione) sarò sicuro di aver le mani pulite se le laverò per  7 volte (compulsione)”. È comprensibile che un rituale così come strutturato rende prigioniera la persona che ne soffre, tanto da risultare molto invasivo perché costringe la persona a gestire il proprio tempo dietro la “rincorsa” di un senso di protezione e sicurezza legata a comportamenti che sono ritenuti rassicuranti. In tutto questo il paziente affetto da disturbo ossessivo compulsivo non si lamenta in particolare dell’ansia, infatti questa si manifesta solamente se si interferisce nei rituali messi in atto per difendersi dalle ossessioni. Per gli altri, questi rituali, appaiono strani e non necessari, ma per l’individuo tali azioni sono profondamente importanti e devono essere eseguite in particolari modi per evitare conseguenze negative e per impedire all’ansia di prendere il sopravvento. Anche se il paziente è convinto che i rituali siano solo un effetto del disturbo non riesce comunque ad ignorarli.

COSA PUO’ FARE IL PERCORSO PSICOLOGICO-PSICOTERAPICO NEI CASI DI DISTURBI OSSESSIVI-COMPULSIVI?

Secondo l’Analisi Transazionale il trattamento del disturbo ossessivo passa attraverso delle fasi specifiche, la prima inizia con il contratto di porre termine al comportamento ossessivo, rompendo le credenze magiche al riguardo. Successivamente si privilegiano atti a rafforzare l’autonomia del paziente. Creata una buona alleanza terapeutica diventa, importante fornire il permesso al paziente di esprimere emozioni proibite, superando la paura di esplodere che può essere presente in questo tipo di patologia. Occorre sempre sottolineare che si tratta di passi generici, ogni indicazione psicoterapeutica va valutata con attenzione a seconda del caso specifico. Inoltre vorrei comunque sottolineare come in qualsiasi tipo di trattamento psicologico-psicoterapeutico la base è costituita da una buona ALLEANZA tra professionista e paziente. Il rapporto deve essere caratterizzato da fiducia, alla quale il professionista può contribuire attraverso un ascolto attento, partecipato ed empatico del paziente, offrendogli un tempo e uno spazio appositamente dedicato all’esprimere liberamente i suoi bisogni.

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