Crisi economica e psicologia della mente


Voglio iniziare questo articolo con un’intervista su Il Resto del Carlino –10 maggio 2012, che intitolava così: “Suicidi da crisi? Nessun boom. Meno enfasi o ci sarà il contagio” intervista allo psicologo Claudio Mencacci (dirigente del DSM dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano).

Ho subito pensato che il titolo era pertinente a quello che è successo a me in studio. Nel periodo in cui nel nostro territorio sono successi gravissimi fatti di cronaca quali suicidi e tentativi di suicidio, nel mio studio sono accorsi pazienti che concordavano sul gesto che queste persone avevano fatto, affermando “loro hanno avuto il coraggio di farlo….” sminuendo, indirettamente, la loro non capacità di effettuare un gesto autoeliminatorio.

Quello che mi ha colpito dell’intervista è stato un termine: “suicidal contamination”  cioè CONTAMINAZIONE SUICIDARIA: è un fenomeno studiato in tutto il mondo per cui: più forte è la notizia, più è sensazionalista, più ci si sofferma sugli aspetti del martire e della protesta, più suscita un contagio. Come a dire “Lo ha fatto lui, potrei togliermi la vita anche  io!”

Un altro aspetto dell’intervista che appoggio è l’affermazione dello psicologo alla domanda: “da cosa nascono secondo lei questi suicidi definiti ‘per motivi economici’?” lo psicologo risponde: c’è una questione di fondo da chiarire: tutte queste persone che si tolgono la vita, nella grande maggioranza dei casi hanno già un disturbo psichico in atto e hanno perso la capacità cognitiva di trovare altre soluzioni, per cui l’effetto ultimo, come può essere la cartella delle tasse, si abbatte su una persona già fragile”. E qui aggiungo quesito su cui riflettere: quante volte stati di depressione o ansia trascurati e non curati per anni, sperando che passino da soli, possono incidere sulla scelta di farla finita? E quanto le persone sono consapevoli che dalla depressione e dall’ansia si può guarire?

Di recente leggevo la comparsa di due nuove patologie psicologiche che mi hanno colpito perché fortemente correlate al contesto economico attuate. La prima è  “la sindrome del precario”.  Questa sindrome è composta da un corollario di sintomi quali: stress, ansia, frustrazione, notti in bianco e depressione e sono infatti le dirette conseguenze del vivere costantemente in uno stato di incertezza tra contratti di lavoro in scadenza, dubbi sul rinnovo e spettro della disoccupazione all’orizzonte. La seconda è:  “il disturbo da amarezza cronica post-traumatica”. I sintomi che caratterizzano questa diagnosi sono considerati una reazione psicopatologica ad eventi di vita particolari che possono essere classificabili come normali eventi di vita negativi, se non tendono però a ripetersi tutti i giorni (ad esempio conflitti sul lavoro, perdita di lavoro, essere vittima di discriminazioni ecc..).

Credo che queste siano diagnosi emblematiche rispetto al periodo storico ed economico che stiamo attraversando, ecco che la ciclica perdita di lavoro cui i precari sono soggetti, potrebbe spingerli verso questo stato di cronica sofferenza psicologica.

Questi stress, accumulandosi, possono provocare sintomi quali frustrazione, sentimenti di ingiustizia, ricordi ripetitivi ed intrusivi degli eventi critici, sintomi fobici, abbassamento del tono dell’umore, ritiro dalla relazioni sociali e comportamenti di evitamento.

In un contesto economico e sociale come quello che stiamo attraversando, il sentirsi sfiduciati verso il proprio Stato, i politici, il sistema economico ecc.. si rischia pesantemente di sentirsi sfiduciati verso se stessi e sulle proprie capacità. Ritengo questo un fatto gravissimo, perché se non penso di avere  risorse, potere personale e non vedo possibilità in me stesso non potrò sicuramente “agire sul mondo” per cambiare la situazione.

Focalizzare l’attenzione su questo pensiero permette di reagire: attraverso una caratteristica specifica che è la RESILIENZA, e in questo caso voglio coniare il termine RESILIENZA LAVORATIVA  cioè la capacità di resistere agli urti e alla avversità lavorative e quindi di ritrovare energia e vigore per riproporsi sul mercato del lavoro, focalizzando l’attenzione sulle proprie risorse interne ed esterne. La realtà attuale è molto diversa da quella che hanno vissuto i nostri genitori, e forse anche per questo ancora più difficile da comprendere e gestire ed è proprio per questo che abbiamo bisogno più che mai di riprendere il contatto con le nostre capacità e sentirci efficaci.

Con una terapia psicologica si possono riscoprire  e potenziare le risorse individuali per raggiungere un equilibrio funzionale della persona e delle sue relazione sociale e lavorative. Inoltre personalmente quando incontro situazioni del genere mi premuro di fornire degli strumenti pratici di RICERCA ATTIVA DEL LAVORO, con l’obiettivo di consolidare e sostenere la persona nella fase di difficoltà ma anche di fornire azioni concrete su come muoversi nel mercato del lavoro.

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